BIBLIOTECA MEDIEVALE
 -
La lotta tra arcieri e balestrieri
 
     
 
Biblioteca Medievale > La lotta tra arcieri e balestrieri

 
  LA LOTTA INFINITA TRA ARCIERI E BALESTRIERI

Arcieri o meglio "Arcatores", questo il nome di una categoria di combattenti che già in epoche di molto anteriori al Medioevo avevano dato il loro apporto decisivo in numerose guerre.

Immaginate di dover avanzare su di un campo di battaglia, appesantiti dall'armatura, dallo scudo, dalle armi ed ostacolati da un terreno accidentato.
Le schiere sono una di fronte all'altra, credete di essere ancora al sicuro ma ecco una pioggia di centinaia, migliaia di frecce cadere dall'alto con una lunga parabola e falciare inesorabilmente tutto quello che colpiscono.

L'arco era di legno (tasso o frassino), più raramente di corno e tendine, ed era lungo da uno a due metri.
Un arciere medioevale lanciava una freccia con tiro a parabola sino a 200 metri di distanza e la freccia, arrivando, aveva ancora un'efficacia devastante.
Si ha notizia di arcieri gallesi in grado di scagliare con precisione fino a 12 frecce al minuto, pensate dunque cosa significava per i soldati e cavalieri cercare di avanzare venendo bersagliati in quella maniera.

Quando la battaglia passava al corpo a corpo gli arcieri stessi non disdegnavano poi di parteciparvi.
Abbandonato l'arco, ormai inutile, si trasformavano in efficaci reparti di fanteria leggera brandendo spade corte e piccoli scudi detti rotelle.

La balestra, costituita da un piccolo arco rigido fissato su di un supporto perpendicolare di legno, aveva un caricamento più lento dell'arco che si compensava però con la alta precisione e la maggiore forza di impatto dei dardi.
Per proteggersi nella fase di caricamento (il balestriere scoccava due dardi nel tempo in cui l'arciere ne lanciava sino a dieci, dodici) i soldati piantavano davanti a sè un palo cui fissavano un scudo dietro al quale trovavano riparo.

I "proiettili" della balestra (chiamati verrettoni, quadrelli o bolzoni) venivano portati in una faretra detta "turcasso" e perforavano elmi, corazze e maglie di ferro.
Il timore che queste armi incutevano fu tale che il papa Innocenzo II, nel 1139, tentò di proibirne l'uso riconoscendo nella loro micidialità un carattere demoniaco ed ammettendo il loro impiego nella sola lotta contro gli infedeli(così decretò il Concilio Romano: "Artem illam mortiferam et Deo odibilem balistrariorum et sagittariorum adversus Christianos et Catholicos exerceri de cetero sub anathemate prohibemus").

L'utilizzo della balestra, che consentiva di prendere la mira senza avere il corpo sotto sforzo (come invece fa l'arciere) trovò larga diffusione.
A partire dal regno di Enrico II (1170) l'esercito inglese assoldò a titolo permanente un corpo di balestrieri la cui consistenza venne via via aumentata.
In Francia Filippo Augusto creò persino una compagnia di balestrieri a cavallo.

Nonostante tutto l'arco continuò comunque a comparire e spesso a farla da padrone sui campi di battaglia.
Così accadde, per esempio, a Crécy, il 26 agosto del 1346 quando la rapidità di manovra e la micidiale precisione degli arcieri inglesi ebbe ragione dei più macchinosi balestrieri francesi e soprattutto della cavalleria pesante.
Infatti, non potendo contrastare efficacemente la pioggia di frecce, la cavalleria francese fu indotta a caricare il nemico in campo aperto alla ricerca del contatto diretto ma venne talmente bersagliata da essere respinta lasciando sul campo circa 10.000 cavalieri.

Giannetto di Belforte