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La vita e la guerra in mare
 
     
 
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  NAVIGAZIONE E COMMERCIO

Il mare rappresentò per gli uomini del Medioevo un'importante fonte di risorse e la via lungo la quale creare ricchi traffici mercantili; già prima dell'anno 1000 le repubbliche marinare italiane e specialmente Amalfi avevano ripreso i contatti con l'Oriente Mediterraneo[1] ove fiorivano le civiltà bizantina ed islamica intessendo contatti e creando rotte commerciali: pesci salati e grano arrivavano dal Mar Nero, il vino francese era venduto a Costantinopoli, in Egitto si acquistava legname proveniente dalla Dalmazia, balle di lana greggia erano caricate sulle coste di Sardegna, Spagna, Marocco, Inghilterra mentre l'allume, necessario per la loro lavorazione veniva imbarcato nell'Alto Egitto ed in Asia Minore, per essere poi sbarcato in Italia e nei Paesi Bassi, sulle spalle di tutti i potenti, infine, facevano bella mostra le pellicce provenienti dalle regioni russe e scandinave[2].
Tutto era organizzato grazie all'intraprendenza degli armatori la cui attività era poi disciplinata da regole precise come quelle dettate dalle Tavole Amalfitane[3].

Le difficoltà certo non mancavano: tempeste, venti contrari, pirati saraceni o navi corsare appartenenti alle città rivali, ma in fondo i rischi non erano inferiori a quelli di chi viaggiava via terra mentre i costi erano di gran lunga inferiori.
Ecco quindi che gli armatori non esitavano a percorrere le rotte marine raggruppando le loro imbarcazioni in convogli e dotandole di una valida scorta armata: un atto del 9 marzo 1251 ci informa che i fratelli Giacomo ed Enrico Suppa concedono a nolo al Marchese Albertino di Gavi e ad altri, una nave di nome Olina adatta al traffico mercantile.
Detta nave è equipaggiata per viaggi in terre lontane "...cum marinariis septuaginta computatis illis de barcha, inter quos sint balistarii viginti cum balistris et sint omnes muniti...". La nave salperà da Genova diretta a Ceuta (città dell'Africa Settentrionale sulla penisola di fronte a Gibilterra)[4].

Nel 1330, le norme sulla navigazione vigenti a Genova prevedevano per una nave che si preparasse a portarsi al di là della Sicilia l'obbligo di avere a bordo 176 persone tra vogatori e marinai, tra cui almeno 12 buoni balestrieri; inoltre sulla nave, conservate in apposite casse tenute a poppa, dovevano trovarsi: "160 corazze, 160 collari, 170 pavesi (scudi), 170 cervelliere (caschetti di ferro), 12 roncole ferrate, 12 balestre con due corde, 20 crocchi (ganci per tendere le balestre), 5000 verrettoni (dardi da balestra), 6 lance corte, 24 lance lunghe e 2 rampini con catena di ferro. Per di più ogni mercante doveva portare armi per sé e per un suo servitore ed ogni marinaio avere in proprio un caschetto, un pettorale di ferro, una spada ed un pugnale.Se mancava qualcosa si pagavano pesanti multe"[5].
Vista una simile attrezzatura si può ben dire che tra una nave mercantile ed una da guerra la differenza non fosse poi molta.

La condizione del passeggero a bordo di una nave erano tutt'altro che comoda, nella migliore delle ipotesi aveva un suo spazio nei castelli di prua o di poppa, nella peggiore delle ipotesi condivideva la stiva della nave, magari con i cavalli.
Il vitto era a base di carne o pesce secco, spesso sostituito da una minestra di verdure e pane, il tutto favoriva lo scorbuto che si cercava di combattere portando a bordo dei limoni che si conservavano nell'acqua da bere…. e che acqua!
L'Anonimo Genovese è molto chiaro al riguardo "Bevenda g'è monto encrexosa/ d'aigua spuzente e vermenosa/ chi manda for ruti pusor/ per mantener lo re savor" (C'è una bevanda molto repellente/ un'acqua puzzolente e piena di vermi/ che provoca varie eruttazioni/ perchè ne persiste il cattivo sapore)[6].
Quanto alla salubrità dell'ambiente "Quando homo va sote coverta/ se n'apresenta una oferta/ che no vorea mai tar/ venisse offerta in me otar/ zo è gram scalma e calura/ d'assai gente e de spesura/ de monti arsnesi e cosse lor/ chi monto aduxen re vapor:/ de pan, carne, formaio, untume/ de gram suor e scalfatume./ De sota vem la gram puina/ d'aigua marza de sentina..." (Quando si va sotto coperta/ ci si affaccia ad una offerta/ tale che non vorrei mai/ fosse presentata sul mio altare/ cioè un gran tanfo e caldo/ di molta gente e di pigiatura/ di molti vestiti e roba loro/ che sprigionano un pessimo odore:/ di pane, carne, formaggio, unto/ gran sudore e riscaldamento./ Di sotto viene il grande puzzo/ d'acqua marcia e di sentina...)[7], niente da stupirsi se in un ambiente così "salubre" il rischio di malattie fosse elevato il che era ancor più rischioso per la mancanza di assistenza medica.
La normativa del mare si interessava al riguardo sotto un particolare aspetto: in caso di morte del passeggero il suo abito migliore spettava al contromastro, mentre al padrone della nave spettavano un altro abito ed il pagliericcio del malcapitato viaggiatore[8].


  1. L'ITALIA NELL'ETÀ COMUNALE - A.Viscardi G.Barni - Unione Tipografico Editrice Torinese - anno 1980 - pag. 690
  2. LA VITA E I COSTUMI NEL MEDIOEVO di Domenico Volpi - MURSIA Editore - 1978 - pag. 148
  3. LA VITA E I COSTUMI NEL MEDIOEVO - pag. 146-147: Tra le varie norme abbiamo, ad esempio: "Finito il viaggio, il padrone deve presentare i conti ai suoi soci e, tolte le spese, deve dividere il guadagno in parti..." - "Se un marinaio si è ammalato durante la navigazione avrà, oltre alla sua parte di guadagno, le spese e le medicine..." - "Se una nave, sorpresa dalla tempesta, è costretta a gettare in mare una parte del carico per salvarsi il danno sarà sopportato da tutte le persone che hanno mercanzie sulla nave".
  4. A.S.G. Atti not. Bartolomeo Fornario, reg. 11, f. 107, citati in I BALESTRIERI NEL MEDIOEVO NOVESE - Mario Silvano - Società Storica del Novese - 1982 - pag. 9
  5. L'ITALIA NELL'ETÀ COMUNALE - pag. 713
  6. ANONIMO GENOVESE: LE POESIE STORICHE - Testo e versione italiana di Jean Nicolas - A Compagna - Genova - 1983 - poesia 38 - pag. 122-123
  7. ANONIMO GENOVESE: LE POESIE STORICHE - Testo e versione italiana di Jean Nicolas - A Compagna - Genova - 1983 - poesia 38 - pag.122-125
  8. L'ITALIA NELL'ETÀ COMUNALE - pag. 716