"Agareni - ira pleni -superantes culmina
combusserunt - everterunt - nostra reparamina,
tam minaces - tam rapaces - ut tigres sanguinem.
Nunc campora - sunt prostrata - et redolent luctum,
nec amplius - pastinata - non afferunt fructum,
tam scabie - seminata - paganorum rabie...
Est dispersa - et eversa - vetus haec Italia
iam superba - facta serva - habitat magalia,
de famosa - populosa - urbe sunt tuguria.
Domus albae - turris altae - submiserunt vertices,
ista iacent - illa tacent - devenerunt carceres,
ubi cives - facti viles - in catenis vapulant.
Libertate - sunt privatae - nostre gentes undique,
nostrae casae - sunt erasae -et cessavit lingua,
pro romana - lex insana - regnat infidelium"
Queste le parole del "Planctum Pedonae" rinvenute su di un foglio di pergamena, vergato in caratteri del 1200 nel quale, con linguaggio misto di latino e di espressioni popolari, si raccontano i paesaggi desolati e devastati delle contrade di Provenza, Piemonte e Liguria attraversate dalle scorribande saracene del decimo secolo.
Arabi, Mori, Agareni, Saraceni... chi erano? e soprattutto come arrivarono a portare tanta distruzione in aree così estese del mondo cristiano di allora? Vi presentiamo di seguito un breve sunto fatto di notizie e di testimonianze pervenute ai giorni nostri; per quanti desiderassero approfondire l'argomento rinviamo, com'è d'obbligo, ad opere ben più complete come "I Saraceni" di Bruno Luppi , edito dall'Istituto Internazionale degli Studi Liguri e particolarmente ricco di dati e curiosità.
L'appellativo "saraceno" non esiste nel linguaggio arabo ma si tratta di un modo, usato nei paesi medioevali dell'occidente, per indicare genericamente gli arabi. Non paiono perciò molto fondate le ipotesi secondo cui tale espressione sarebbe nata dalla storpiatura di Sharqì (orientale) o di Saraqa (rubare), restando invece più attendibile l'idea che "saraceno" e "agareno" (nel "Planctum Pedonae" troviamo proprio quest'ultima espressione) siano espressioni bizantine e significhino semplicemente figlio di Sara o di Agar, vale a dire la moglie e la concubina di Abramo dal quale i mussulmani vantavano la propria discendenza.
Nel tratteggiare le vicende di questa storia useremo anche noi l'espressione "saraceni" per designare quell'insieme variegato di popolazioni Berbere provenienti dai paesi del Nord Africa che già nell'anno 711 attraversarono lo stretto braccio di mare che le separava dalla Spagna.
Erano circa 12.000 uomini sotto la guida del capo Tariq che segnò con il suo nome il luogo di quello storico sbarco: Giabal al-Tariq (Monte di Tariq), l'odierna Gibilterra.Nel 714 l'occupazione della penisola iberica fu completata e la marea saracena dilagò oltre i Pirenei con l'occupazione dell'Aquitania Meridionale e parte della Provenza per essere poi fermata a Poitiers (732) dalle forze congiunte di Carlo Martello e di Eude (Oddone) signore d'Aquitania.
Una vittoria non bastava però a scongiurare la minaccia e mentre i Franchi erano impegnati al nord per tenere testa alle incursioni di Frisoni e Burgundi, i saraceni ripresero la loro avanzata raggiungendo Arles ed Avignone (sotto le mura della quale subirono peraltro una dura sconfitta). A ricacciare le armate invasori oltre il Rodano dovette intervenire nuovamente Carlo Martello (738) e solo nel 759 Pipino il Breve chiuse la partita sul suolo francese riprendendo la città di Narbona e cacciando il nemico oltre i Pirenei.

